Il Metodo Linklater raccontato da chi lo studia

Cristina è una donna sui cinquant’anni quando arriva da me con l’intenzione di lavorare sulla sua voce. Lavora come impiegata, ma una ventina di anni fa si era formata per diventare attrice e il fuoco del teatro non si è mai spento dentro di lei. Ora vuole rimettersi in gioco, non tanto per fare carriera, quanto per allenarsi e continuare il viaggio alla scoperta di sé. Per questo, dedica quasi ogni giornata libera dal lavoro e dalla famiglia allo studio delle discipline teatrali: biomeccanica, improvvisazione, canto. 

Lavoriamo insieme per diverso tempo, con calma, esplorando tutta la progressione Linklater per liberare la voce naturale e, un giorno in particolare, ci soffermiamo sull’interpretazione di un brano, a cui lei tiene molto e che ha già studiato con altre tecniche, fino a trovare il senso profondo di quelle parole – già dette tante e tante volte – la loro corporeità, il loro radicamento, oserei dire, nelle viscere della persona affinché l’artista le possa restituire in forma poetica (o alquanto prosaica, alla bisogna).

Cristina è una persona speciale, curiosa, caparbia, seria, aperta al cambiamento anche quando non è facile, né comprensibile né immediato.

Dopo dopo la sua esperienza di studio con me mi ha scritto e io le sono immensamente grata:

“I bambini non perdono mai la voce.” Vero.  La mia, invece, chissà dov’era finita. Andava e veniva a suo piacere, impantanata tra naso e gola.

“Non hai mai avuto una gran tecnica”. Vero. Appartengo a quella parte della mia generazione che, teatralmente, è cresciuta da autodidatta, imparando il mestiere direttamente sul palco, di replica in replica, di spettacolo in spettacolo.

Io, poi, mi ero persa, lasciando il teatro per molto, troppo tempo.  

“Hai smesso da tanto, ma cosa credi?” Vero anche questo. Ma il teatro, si sa, una volta assaggiato, ti rimane attaccato alla lingua. E io di stare ferma non ne potevo più.

Così ho ricominciato.  Ma la mia voce faticava, non trovava più un  punto d’appoggio. Era priva di forze.

“E’ un lavoro lungo e tu non sei più giovane…Ormai!…Dovevi pensarci prima…” Ovvio, s’invecchia e la voce invecchia con noi. Naturale che, stando fuori allenamento per molto tempo, si fatica a recuperare. Ma recuperare cosa? Dove bisognava recuperare?

“Mi rimetto in moto. Ricomincio”, ho pensato. Non mi spaventa di certo studiare, anzi, finalmente, studiare davvero. Ma dove? Come? E, soprattutto, con chi?

Un pomeriggio, durante un laboratorio, una mia amica attrice professionista mi parla del metodo Linklater. “Provalo”, mi dice: “è tutta un’altra cosa, un approccio completamente diverso”.  

Cerco su internet e m’imbatto in un constatazione semplice: “Avete mai sentito un bambino perdere la voce?” Vero. Non ho mai sentito un bambino perdere la voce. Eppure i bambini urlano, piangono fino a perdere il fiato, fino a strozzare la voce in gola, eppure in grado di parlare, appena un attimo dopo, senza un briciolo di afonia.  Leggo alcune informazioni trovate su un sito. Approfondisco. 

La mia amica mi parla di Emanuela Trovato. La contatto, fissiamo un incontro, decidiamo di intraprendere una serie di lezioni individuali.

Ma le perplessità continuavano. Una lezione individuale implica un rapporto diretto, esclusivo, tra allievo ed insegnante. Tutto ciò mi imbarazzava. Non conoscevo Emanuela. Una classe un po’ aiuta a rompere gli indugi iniziali, io invece mi sarei trovata sola. E se tra me e lei non avesse funzionato? Anche il percorso ne avrebbe risentito, magari rivelandosi un fallimento completo. Ma potevo per questo rinunciare a mettermi di nuovo in gioco? Ho accettato il rischio.

Così ha avuto inizio la mia avventura con il Linklater.

Ho terminato il mio ciclo di lezioni due mesi fa circa. Mi ritrovo con una consapevolezza diversa. Ho imparato ad “ascoltare” il mio corpo. Ad “ascoltare” il ritmo naturale del mio respiro. Ad apprezzare quel filo d’aria che entra dentro di me ed esce da me, che raggiunge le mie estremità fin sulla punta delle dita, esplora i miei femori, arriva al diaframma, riempie gli zigomi, rimbalza sul palato, s’imbatte nei denti. Ma che tuttavia niente e nessuno potrà più fermare, né trattenere. Infinite vibrazioni che alla fine di questo sensazionale viaggio, diventano, finalmente, voce e che noi  possiamo alimentare ed arricchire ogni volta, ma anche ferire profondamente. Perfino uccidere.  Ho imparato che il territorio dove la mia voce prende vita, non è limitato solo ad alcuni organi, ma coinvolge tutto il mio corpo e che per ritrovarla dovevo io per prima pormi in un’ ottica diversa. Di ascolto.

E ancora, un anno dopo:

“Porto la mia voce a spasso, perché no?

Se lo merita. La coccolo. La vezzeggio. Mi fa piacere vederla divertirsi.

Perché no?

Anche lei ha un cuore, un punto nevralgico che le duole.

La mia voce…

Chi l’avrebbe detto che un filo d’aria, un banalissimo flusso d’aria, potesse produrre vibrazioni infinite.

E le differenti coloriture che assumono le  vibrazioni se lo stesso suono viene emesso mentre scrollo un piede invece di una spalla, oppure  dondolo la mia testa.

La mia voce….

Un piccolo, minuscolo suono, appena percepibile, apparentemente fiacco, rimbalza, sobbalza e mi sorprende, risuonando in ogni parte del mio corpo, dal centro alla periferia, finalmente libero da costrizioni e gabbie.

Ecco la magia del Linklater.

Avevo già seguito delle lezioni individuali d’introduzione al metodo con Emanuela Trovato l’anno scorso.

Già allora, il Linklater m’era apparso, oltre che un metodo,  uno strumento prezioso per scoprire o riscoprire la propria voce naturale. Una chiave di volta. E per me era stato davvero una chiave di volta. Un’esperienza illuminante.

Ero arrivata da Emanuela demoralizzata. Non trovavo più la mia voce, non capivo più cosa fosse diventata. Fiacca, opaca, priva di energia, non la riconoscevo. Mi sembrava inespressiva, un strumento scordato incapace di emettere suoni gradevoli. Attraverso il Linklater e grazie alla professionalità e alla pazienza di Emanuela, ho cominciato a sistemare un po’ le cose. Ho capito soprattutto che il luogo dove si costruiva la mia voce non si limitava alle sole corde vocali, alla gola o ai muscoli facciali, ma era un ambiente complesso, dove ogni organo e tessuto del corpo contribuiva sinergicamente a dare forma e sostanza ai suoni.

Qualche sabato fa, Emanuela mi ha invitato ad una lezione dimostrativa d’introduzione al Linklater rivolta da un gruppo di attori e non. Ho accolto con piacere il suo invito. A me, che finora avevo affrontato un percorso individuale, intrigava verificare le dinamiche del metodo con più persone.  

Decido di andare. Partecipiamo in tanti. Alcuni sono completamente  a “digiuno” di Linklater, altri hanno già svolto un solo introduttivo come me, altri invece hanno più  introduttivi alle spalle.  

Iniziamo col presentarci. Perché siamo qui, i nostri studi, la nostra voce. Emanuela propone subito una scansione di esercizi. Ascoltare il proprio respiro, immaginare il diaframma, localizzarlo nel  corpo, accompagnarne il movimento con le mani. Seguire questo buffo paracadute mentre sale e scende e s’espande dentro il nostro ventre. Passaggi che avevo già affrontato nel mio precedente introduttivo, eppure ho trovato ancora nuove porte da aprire, nuovi canali che la mia voce poteva percorrere. Anche questa è la magia del Linklater. Un movimento  non si riproduce mai allo stesso modo, gli effetti quindi che ne conseguiranno saranno unici e irripetibili, come sempre diverse saranno le vibrazioni.  

Alcuni di noi usano distrattamente  la voce. Sono convinti di averne testato tutte le sonorità, preferiscono poltrire su “territori comodi”, non si azzardano a spingersi oltre una certa tessitura. Il Linklater può esserci di grande aiuto per cogliere le infinite evoluzioni di cui è capace la nostra voce. Ci invita a divenire parte attiva in un processo, quello della fonazione appunto, che talune tecniche ormai superate consideravano circoscritto in un   ristrettissimo ambito del nostro corpo ma che, in realtà, ne coinvolge ogni parte, dal centro alla periferia. Ossigenare, idratare, irrorare, nutrire, ognuno di queste operazioni svolge un ruolo dinamico teso al risultato finale che è l’emissione di un  suono.

La forza che ci offre Linklater è un po’ simile alla spinta impressa alla pallina di un flipper. La bilia scorre rapidissima tra i canali del tavolo rimbalzando ora su una leva ora sull’altra, e proprio quando sembra decelerare per arrestarsi, ci si accorge che questo arresto non dura che un attimo, il tempo necessario per sviluppare una nuova forza, più intensa della prima che permetterà alla bilia di riprendere la sua corsa.

Una ciclicità che offre sempre nuovi spunti e che ci aiuta spesso a rivelarci ”blocchi” inaspettati, barriere intenzionali o inconsce che talvolta inibiscono e mortificano la nostra voce.”

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